Il Lambrusco: Italian Coca Cola.

di

Lambrusco

La storia del Lambrusco passa attraverso secoli di passioni e di storie note e meno note; il suo ritorno in auge è stato coadiuvato da una esigenza del mercato attuale per vini genuini e a bassa gradazione alcolica.

Un vino da sempre apprezzato, tanto che alle sue origini, nell’età classica, poeti e scrittori come Virgilio o Catone, narrano nelle loro opere di una Labrusca vitis, un vitigno selvatico, dai frutti dal gusto aspro e che cresceva ai margini delle campagne, antesignano del vitigno moderno. O più avanti il futurista di Marinetti, che lo definì «carburante nazionale», sino ad arrivare ad oggi con le dichiarazione d’amore di Francesco Guccini “di modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due cose fondamentali: l’accento, che però si va via via attenuando, ed un’altra che fortunatamente non si attenua, l’amore per il Lambrusco”, o alla famosissima “lambrusco e pop corn” di Luciano Ligabue.

Un vino rosso che può essere frizzante o spumante, di colore rosso rubino brillante, più o meno carico secondo le varietà, da servire a 12-14 °C per coglierne appieno fragranze e profumi. Esistono molteplici varietà:

- Lambrusco di Sorbara;
- Lambrusco Salamino di Santa Croce;
- Lambrusco Grasparossa di Castelvetro;
- Lambrusco Emilia;
- Lambrusco di Modena (solo nella zona di Modena).

Non va dimenticato che l’intero territorio emiliano produce ottime espressioni di questo vino (estendendosi sino a Mantova) con una propria autonoma DOC con vitigni di:

- Lambrusco Viadanese;
- Grappello Ruberti;
- Lambrusco Salamino;
- Lambrusco Maestri;
- Lambrusco Marani.

Battezzato negli anni ’70 “the Italian Coca Cola”, tanta era la sua notorietà all’estero, ha visto poi, alla fine degli anni ottanta, un crollo nei gradimenti e nei consumi perché considerato sì un vinello simpatico, ma dalla struttura troppo lieve.

Con le nuove pratiche di coltivazione, che hanno posto fine allo sfruttamento intensivo dei vigneti e con le nuove tecniche di lavorazione in cantina, possiamo ora trovare delle espressioni molto interessanti per questo vino. E il mercato ne sta prendendo indiscutibilmente atto. Sempre più spesso lo troviamo presente ai vertici delle classifiche redatte della varie guide enologie, dall’Espresso a Wine Spectator, ai nomi di rilievo come Eric Asimov del New York Times o Luca Maroni, degustatore controcorrente.

Nomi come Camillo Donati (vignaiolo biodinamico che usa il metodo della rifermentazione naturale in bottiglia), Luciano Saetti (che si dedica al Salamino di Santa Croce con un Lambrusco fuori dagli schemi, armonioso in modo inaspettato) o Cleto Chiarli (azienda tradizionale da milioni di bottiglie l’anno citata da Asimov) e a Fattoria Moretto (piccola azienda biologica di solo 6 ettari, a Castelvetro) solo per citarne alcuni, stanno facendo conoscere al mondo le potenzialità e la gradevolezza di questo modo diverso di bere.

Come ogni vitigno autoctono, anche il Lambrusco è l’accompagnamento ideale per i cibi della propria terra: la cucina modenese ed emiliana quindi, con piatti ricchi, e opulenti, genuini e casalinghi. A salumi e piatti sostanziosi, ricchi di grassi e di calorie si contrappone un vino con una elevata freschezza e acidità; l’essere “frizzante” o “spumante”, unito ad un moderato tenore alcolico, ma comunque sostenuto dalla presenza del tannino, lo rendono il vino perfetto per questi succulenti piatti.

Piacevole senza mai essere impegnativo, è un vino di facile beva ed abbinamento. Dà il meglio di sé giovane e non ha bisogno di alcuna coreografia particolare per essere apprezzato.

Certo se vi trovate ad una cenetta romantica con il vostro partner, e siete abituati a Barolo o Barbaresco, ordinando un Lambrusco di Sorbara, leggero e di colore granato scarico le vostre aspettative potrebbero scoraggiarsi. Ma è solo una questione di diverse personalità. E quella del Lambrusco ha dimostrato di resistere ad ogni moda od abitudine.

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