Il boom dei vini rosati. Tecniche di produzione e nuove etichette italiane

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Vino rosato

I vini rosati stanno vivendo in Italia un periodo davvero splendido. Da sempre in voga all’estero (in Francia, la produzione della Côte de Provence rappresenta oltre l’80% della produzione complessiva della zona), ora anche in patria questa tipologia di vini è tra le più apprezzate e ricercate.

Considerato da sempre un vino modesto senza particolare personalità, costruito a volte al solo scopo di smaltire i residui di cantina, oggi il vino rosato è un prodotto di primo piano dato l’aumento della richiesta di mercato. E se fino a qualche anno fa, le cantine lo consideravano un mero completamento di gamma, ora viene visto dai produttori come un’opportunità su cui puntare.

Le metodologie sono sostanzialmente tre e seguono un procedimento preparatorio similare: raccolta di uve a bacca rossa, pigiatura e l’ottenimento del mosto. Divieto assoluto per l’assemblaggio di vini diversi (a meno che non si tratti basi per la spumantizzazione).

Una prima tecnica che consente di produrre vini leggermente rosati, i quali in Francia vengono definiti “vins gris”, consiste nel pigiare l’uva rossa, di separarne il mosto dalle bucce subito dopo per poi procedere con la vinificazione.

Il metodo più consueto invece prevede un breve periodo di macerazione sulle bucce, generalmente mai più di 24 ore. Al termine, ne viene prelevato il mosto e la sua trasformazione in vino continua, utilizzando le procedure tipiche dei bianchi.

Un’ultima tecnica è il cosiddetto “sanguinamento”, dal francese “saignée”. Viene prelevata una quantità di mosto prodotto da uve rosse dopo un breve periodo di macerazione sulle bucce, sempre entro le 24 ore, dopo che il processo di fermentazione è avviato. La parte prelevata, che avrà un colore rosa, sarà vinificata in bianco, mentre la restante parte, che continuerà a macerare e a fermentare sulle bucce, sarà utilizzata per la produzione del vino rosso. Con questa tecnica si aumenta la quantità di polifenoli e di composti aromatici nel mosto ottenendo un vino rosso più concentrato e di maggiore struttura ed al tempo stesso non viene compromesso il corpo e l’equilibrio del rosato.

Potrebbe essere scambiata per moda, ma anche in ogni moda, nulla è lasciato al caso. Qui si punta tutto sul territorio, sulla tradizione: i rosati del Salento ad esempio sono una eccellenza del territorio pugliese. Tra i “nuovi” vini rosati vorrei ricordare la neonata DOC “Valtènesi Chiaretto” con la quale si identifica il territorio sulla sponda bresciana del lago di Garda, il cui disciplinare prevede il vitigno autoctono del Groppello (da non confondere con il “Bardolino Chiaretto” della opposta sponda lacustre con le altrettanto autoctone Corvina, Molinara e Rondinella).

Un’altra importante realtà rosa è il “cruasè” dell’Oltrepo Pavese. “Cruasè” (una sorta di sciarada tra crù-territorio e rosè) è marchio collettivo di proprietà del Consorzio con il quale si identificano gli spumanti rosati metodo classico prodotti esclusivamente in questa zona. L’Oltrepo Pavese territorio vocato al pinot nero, vinificato in bianco e proposto rigorosamente come metodo classico, vede la sua evoluzione in questa nuova filosofia di rosati, presentata al Vinitaly nel 2009.

E quale conferma a queste tendenze, anche all’ultimo Giro d’Italia, sul podio, le bollicine erano rosa. Tutte le tappe sono state infatti annaffiate dal 9.5 pink della Astoria di Treviso, partner ufficiale della manifestazione.

Un aumento della domanda quindi, quale risultato di una politica attenta e mirata alla riscoperta ed alla valorizzazione delle nostre tradizioni.

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